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domenica 21 aprile 2013

A mentire si può imparare

In uno studio recente alcuni ricercatori dell’università di Northwestern (USA)  hanno dimostrato che si può imparare a dire una bugia tanto da farla sembrare identica alla verità.

Generalmente, le persone impiegano più tempo e commettono più errori dicendo una bugia piuttosto che la verità. Questo accade, sostanzialmente, perché nella loro testa stanno gestendo due risposte che si contraddicono tra loro cercando di sopprimere la più onesta. Tuttavia, con il giusto esercizio, le notevoli differenze possono scomparire. Xiaoqing Hu e i suoi colleghi hanno sperimentato un sistema di “allenamento dei bugiardi” nel quale una serie di soggetti imparavano ad aumentare la velocità di risposta quando il contenuto delle loro parole era incerto.



Dopo aver inventato e ripetuto più volte la bugia nella loro mente, i ricercatori hanno dimostrato che, da un certo punto in poi, i soggetti non commettevano più errori nel raccontare la menzogna e rispondevano alla stessa velocità di quando dicevano la verità.

La nuova scoperta dovrebbe essere tenuta in considerazione dalla polizia quando viene commesso un delitto: “Nella vita reale, generalmente, tra il momento del crimine e quello dell’interrogatorio dei sospettati trascorre del tempo, intervallo sufficiente per prepararsi e allenarsi con le bugie”, avverte Hu.



Traduzione di Marcella Bucaria.

Autore: Elena Sanz
Fonte: Muy Interesante
Lingua: Spagnolo

venerdì 19 aprile 2013

1913: Quando Hitler, Trotsky, Tito, Freud e Stalin vivevano tutti nello stesso posto




Un secolo fa, una parte di Vienna ha accolto Adolf Hitler, Leon Trotsky, Joseph Tito, Sigmund Freud e Joseph Stalin.
Nel gennaio del 1913, un uomo il cui passaporto recava il nome di Stavros Papadopoulos sbarcò dal treno proveniente da Cracovia alla Stazione Nord di Vienna. Di carnagione scura, sfoggiava dei grossi baffi da contadino e portava una valigia di legno molto semplice.
“Sedevo al tavolo,” scrisse, anni dopo, l'uomo che era venuto ad incontrare “quando sentii bussare, la porta si aprì ed entrò uno sconosciuto. Era basso...magro...con la sua pelle butterata bruno-grigiatra...non vidi nulla nei suoi occhi che facesse pensare alla cordialità”.
L'autore di queste righe era un intellettuale russo dissidente, l'editore di un giornale radicale chiamato Pravda (Verità). Il suo nome era Leon Trotsky.
L'uomo descritto, infatti, non era Papadopulos.

Era nato come Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, gli amici lo chiamavano Koba, ed ora viene ricordato come Joseph Stalin. Trotsky e Stalin erano solo due dei tanti uomini che abitavano al centro di Vienna nel 1913 e le cui vite erano destinate a modellare, anzi a distruggere, gran parte del XX secolo. Si trattava di un gruppo disomogeneo. I due rivoluzionari, Stalin e Trotsky, erano in fuga. Sigmund Freud aveva già una posizione ben consolidata. Lo psicoanalista, esaltato dai suoi seguaci come l'uomo che aveva svelato i segreti della mente, viveva ed esercitava in città, sulla Berggasse.
Il giovane Josip Broz, che più tardi sarebbe diventato famoso come Tito, leader della Yugoslavia, lavorava nella fabbrica di automobili Daimler a Wiener Neustadt, una cittadina a sud di Vienna, alla ricerca di un impiego, di soldi e di bei momenti.
Poi c'era il ventiquattrenne dell'Austria nord-occidentale il cui sogno di studiare pittura all'Accademia di Belle Arti di Vienna era stato infranto due volte e che adesso alloggiava in un dormitorio a Meldermannstrasse vicino il Danubio, tale Adolf Hitler.


  • Il dittatore sovietico Joseph Stalin trascorse un mese in città, incontrando Trotsky e scrivendo Il marxismo e la questione nazionale, con Nikolay Bukharin.
  • Il neurologo Sigmund Freud si trasferì a Vienna da bambino nel 1860 e abbandonò la città dopo che i nazisti ebbero annesso l'Austria.
  • Si crede che il leader nazista Adolf Hitler abbia vissuto lì tra il 1908 e il 1913 dove faticava per guadagnarsi da vivere come pittore.
  • Josip Broz, in seguito leader della Yugoslavia Tito, era un metalmeccanico prima di venire reclutato nell'esercito Austro-Ungarico.
  • Il rivoluzionario russo Leon Trotsky visse a Vienna all'incirca dal 1907 al 1914, lanciando il giornale PravdaLa Verità.

Nella sua maestosa rievocazione della città del tempo, Thunder at Twilight, Frederic Morton immagina Hitler che arringa i suoi coinquilini “sulla moralità, sulla purità razziale, la missione tedesca e il tradimento slavo, sugli ebrei, sui gesuiti e sui massoni”.
“Il suo ciuffo sballotterebbe, le sue mani macchiate di vernice taglierebbero l'aria, la sua voce si alzerebbe fino a diventare lirica. Poi, d'improvviso come aveva cominciato, si fermerebbe. Raccoglierebbe le sue cose con un fracasso imperioso e andrebbe a passi lunghi verso la sua stanza”.
A presiedere su tutti, nell'Hofburg Palace dalla struttura irregolare, c'era l'anziano Imperatore Francesco Giuseppe, che aveva regnato dal famigerato anno delle rivoluzioni, il 1848.








L'arciduca Francesco Ferdinando, il suo successore designato, risiedeva nel vicino Palazzo Belvedere, aspettando il trono con entusiasmo. Il suo assassinio l'anno seguente avrebbe fatto scoppiare la I Guerra Mondiale.
Vienna nel 1913 era la capitale dell'Impero Austro-Ungarico, composto da 15 nazioni e con più di 50 milioni di abitanti. “Non essendo propriamente un melting pot, Vienna era un tipo di “minestra culturale” che attraeva personaggi ambiziosi da tutto l'impero” dice Dardis McNamee, caporedattrice del Vienna Review - l'unico mensile austriaco in lingua inglese - che ha abitato nella città per 17 anni. “Meno della metà dei due milioni di abitanti sono nativi della città e circa un quarto viene dalla Boemia (ora parte occidentale della Repubblica Ceca) e dalla Moravia (la parte orientale della Repubblica Ceca), di conseguenza in Germania si parlava ceco in molti contesti”.

I sudditi dell'impero parlavano una dozzina di lingue, spiega.
“Gli ufficiali dell'esercito Austro-Ungarico dovevano essere in grado di dare i comandi in 11 lingue oltre al tedesco, ognuna delle quali aveva una traduzione ufficiale dell'inno nazionale”. E questo singolare melange creò un fenomeno culturale tutto suo: le coffee-house viennesi. Secondo la leggenda, le sue origini sono da cercarsi nei sacchi di caffè lasciati dall'esercito ottomano in seguito al fallito assedio turco del 1683. “La cultura del caffè e l'idea di dibattito e discussione nei caffè è parte integrante dello stile di vita viennese ora come allora”, spiega Charles Emmerson, autore di 1913: In Search of the World Before the Great War e ricercatore senior presso il gruppo di esperti di politica estera della Chatham House. “La comunità intellettuale viennese era in realtà piuttosto piccola, si conoscevano tutti e...questo favorì gli scambi attraverso le frontiere culturali”. Tutto ciò, aggiunge, avrebbe favorito i dissidenti politici e coloro che erano in fuga.

“Non c'era uno stato centrale straordinariamente potente. Era forse un po' sciatto. Se volevi trovare in Europa un posto per nasconderti in cui potevi incontrare tante altre persone interessanti, allora Vienna poteva essere un buon posto per farlo”.

Vienna - Cafe Central
Il ritrovo preferito da Freud, il Cafe Landtmann, si trova ancora sull'Anello: il celebre viale che circonda lo storico Innere Stadt1. Trotsky e Hitler frequentavano il Cafe Central, a qualche minuto di camminata da lì, dove i clienti erano appassionati di torte, quotidiani, scacchi e soprattutto di discussione. “Uno dei motivi per i quali i caffè diventarono così importanti era che 'tutti' ci andavano”, dice MacNamee. “Quindi c'era uno scambio e una proficua condivisione di discipline e interessi, infatti, i confini che poi diventarono così rigidi nel pensiero occidentale erano molto flessibili”. Oltre questo, aggiunge, “l'ondata di energia dell'intellighenzia ebraica, e la nuova classe industriale, resero possibile l'ottenimento dei pieni diritti di cittadinanza da Francesco Giuseppe nel 1867 e il libero accesso a scuole e università”. Inoltre, anche se si trattava di una società largamente maschilista, anche alcune donne ebbero un certo impatto.

Alma Mahler il cui marito, che era un compositore, morì nel 1911, era anch'essa una compositrice e diventò la musa e l'amante dell'artista Oskar Kokoschka e dell'architetto Walter Gropius.
Anche se la città era e rimane sinonimo di musica, di balli sontuosi e del valzer, il suo lato oscuro era particolarmente desolante. Gran parte dei cittadini vivevano nei bassifondi e il 1913 vide circa 1500 Viennesi togliersi la vita.

Nessuno sa se Hitler si sia mai imbattuto in Trotsky, o se Tito abbia incontrato Stalin, ma opere come Dr Freud Will See You Now, Mr Hitler [Il Dottor Freud la visiterà subito, Signor Hitler] – un radiodramma del 2007 di Laurence Marks e Maurice Gran – sono vivaci fantasie su tali incontri.
L'incendio che scoppiò l'anno successivo distrusse gran parte della vita intellettuale di Vienna. L'impero implose nel 1918, spingendo Hitler, Stalin, Trotsky e Tito verso carriere che avrebbero segnato per sempre la storia mondiale.


AutoreAndy Walker
Fonte: BBC
Lingua: Inglese

Note

1 Letteralmente “città interna”, corrisponde al centro storico della città.




venerdì 12 aprile 2013

Venezuela: una fiumana di gente saluta la campagna elettorale

I candidati alla presidenza hanno avuto a disposizione 10 giorni per esporre i loro programmi. Henrique Capriles, candidato all'opposizione, chiuderà oggi nello stato di Lara con i suoi 312 camper. Il candidato al governo, Nicolás Maduro farà la sua parte a Caracas in una manifestazione di massa.

Il candidato all'opposizione Henriques Capriles chiuderà la sua campagna con 312 camper provenienti da diverse città del Venezuela che percorreranno simultaneamente 4.500 Km. Il convoglio partirà da San Cristóbal, Valera, Vargas, San Felipe, Valles del Tuy, Guarenas-Guatire, Barlovento tra le altre, facendo rotta su Barquisimeto, nello stato di Lara, dove Capriles concluderà questi 10 giorni di campagna con una manifestazione di massa.

Il candidato presidente Nicolás Maduro chiuderà la sua campagna nella capitale, Caracas. Secondo il commando Hugo Chávez i suoi elettori riempiranno da cima a fondo i viali Urdaneta, Barlat, Fuerzas Armadas, Lecuna, Mexico, Universidad e Bolivar, che sono i più grandi della città. Loro proposito è quello di superare quanto ottenuto da Capriles domenica a Caracas. Quest’ultimo, infatti, è riuscito a radunare la maggiore concentrazione politica non chavista dal 1999. Episodio che si è ripetuto ieri nello Stato di Zulia. Là, Capriles, insieme al cantante Ricardo Montaner, ha tenuto un discorso dinanzi a migliaia di venezuelani chiedendo loro il voto.

Henrique Capriles Radonski

Una sfida per il Commando Simón Bolívar
Carlos Ocariz, leader del Commando Simón Bolívar, responsabile della campagna dell’avversario Henriques Capriles, ritiene che quanto accaduto in questi ultimi 10 giorni in Venezuela sia memorabile.
Secondo il dirigente, la campagna si è focalizzata su temi concreti, come la sicurezza. Il primo Aprile è stato organizzato un corteo per richiedere la fine degli assassinii: in Venezuela vengono uccise 55,2 persone per 100 mila abitanti.

Ora, nel bel mezzo della campagna elettorale, si è sollevata una polemica per il berretto tricolore. L’indumento che Capriles indossa dai comizi di ottobre, da quando ha perso contro il defunto Hugo Chávez, è stato copiato dai sostenitori del candidato alla presidenza Nicolás Maduro. Immediatamente Capriles, consigliato dal Commando Simón Bólivar, ha affermato che il berretto rappresenta l’unità venezuelana e che, dunque, Maduro, cercando di dividere  i cittadini con i suoi discorsi, non può indossarlo.

La musica è stato un altro strumento molto utile, secondo Ocariz. Il rinomato salsero portoricano Willie Colón ha scritto un testo per Maduro intitolato “Mentira Fresca”. Pare che il testo abbia fatto centro nei chavisti dissidenti, come l’ex cancelliere Luis Alfonso Dávila che confermato il suo voto per Capriles.



Willie Colón – Mentira Fresca 


baffi, le banane e l’uccello... 
Sicuro di ottenere un nuovo successo elettorale in Venezuela il chavismo si è riversato per le strade per accompagnare il suo candidato Nicolás Maduro e ha lanciato la moda del baffo, delle banane e degli uccelli.

Nicolás Maduro
Insieme all'immagine del defunto presidente Hugo Chávez, al tricolore nazionale e al colore rosso nei vestiti o nelle bandiere, il governo inaugura simboli con l’aiuto di Maduro, del cui cognome si è avvalso l’ingegno popolare per portare alle sue manifestazioni delle banane (per la varietà “plátano maduro”). Come pure il passerotto che lo stesso candidato ha reso famoso raccontando che Chávez gli era apparso sotto forma di uccello. Così anche il baffo, che fa parte del look di Maduro, é diventato di moda tra i suoi seguaci. E nonostante le beffe sulla reincarnazione di Chávez in un uccello, il candidato del governo ha sfoggiato agli incontri un cappello di paglia coronato da un volatile

Durante la visita a Catia La Mar, nello stato di Vergas, sulla costa, predominavano le banane, che in questa località sono state perfino distribuite dal palco. 

Approfittando, poi, del suo passato da conducente di autobus, Maduro ha deciso di guidarne uno con il quale percorrere il Venezuela per dare di sé l’immagine di uomo comune.



Traduzione: Marcella Bucaria
Autore: jcastillo
Apparso su: Diario Hoy
Lingua orginale: Spagnolo



mercoledì 10 aprile 2013

28 curiosità sui matrimoni nelle diverse culture


Ogni cultura ha delle particolari credenze legate al matrimonio. Alcune persone rispettano ancora le antiche tradizioni poiché fortemente convinte che dalla loro perpetuazione dipenda la riuscita del matrimonio.
Cosa sapete dei matrimoni nelle altre culture? Ecco a voi alcuni consigli per delle nozze dallo stile etnico.

  • Secondo la tradizione indù, il giorno delle nozze la pioggia viene considerata un portafortuna.


  • In India, al termine della cerimonia, il fratello dello sposo lancia dei fiori sugli sposi per proteggerli dal male.
  • I francesi spesso brindano ai novelli sposi usando un bicchiere particolare con due manici.
  • In Germania, la sposa mette pane e sale nelle tasche  in segno di abbondanza, mentre lo sposo i chicchi di frumento, come simbolo di salute e fortuna.
  • Le scarpe sono considerate degli accessori portafortuna per la loro forma di luna, da sempre simbolo di fertilità.
  • In Giappone il colore bianco era usato per le spose ancor prima che la regina Vittoria lo rendesse di moda nel mondo occidentale.
  • Tra le usanze che riguardano la sposa vi è quella di mettere un po’ di zucchero nei guanti: è un modo per omaggiare la sua unione.
  • Gli inglesi credono che trovare un ragno nel vestito della sposa riveli un matrimonio fortunato.
  • Usanza vuole che lo sposo porti la sposa in braccio fino a casa per proteggerla dagli spiriti malvagi che ne sorvegliano l’ingresso.
  • Gli inglesi evitano di sposarsi il sabato. Secondo il folclore non è un giorno propizio per le nozze, anche se, strano a dirsi, sembra essere quello preferito dalle coppie. Sarebbe meglio, piuttosto, il mercoledì.
  • In Egitto, il giorno nozze le donne danno dei pizzicotti alla sposa come portafortuna.



  • Le fedi si mettono nell'anulare poiché in Egitto si credeva che in questo dito scorresse la vena connessa direttamente con il cuore.
  • In Egitto, la prima settimana subito dopo le nozze cucina la famiglia della sposa. Lo scopo è quello di lasciare più tempo alla coppia affinché possa godere appieno della nuova vita insieme.
  • La tradizione della damigella d’onore nasce in epoca romana. Le damigelle, vestendosi esattamente come la sposa, erano considerate dai romani una protezione per la fanciulla. Questo era anche un modo per ingannare gli spiriti malvagi che non l’avrebbero riconosciuta.
  • L’usanza della torta nuziale risale all'antica Roma, quando durante la cerimonia si rompeva un pezzo di pane sulla testa della sposa in segno di fertilità.
  • Giugno è il mese prediletto per convolare a nozze perché legato alla dea romana Giunone, dea del matrimonio.
  • La sposa svedese mette in una scarpa una moneta d’argento ricevuta in dono dal padre e nell'altra una moneta d’oro offerta dalla madre, assicurandosi di non perderle mai.
  • Nel linguaggio dei gioielli gli anelli di fidanzamento di zaffiro indicano la felicità coniugale.
  • Se stai pensando di chiedere un anello di perle, scordatelo! Nel linguaggio dei gioielli la perla è sinonimo di sfortuna poiché la sua forma somiglia ad una lacrima.
  • Un anello con la pietra acquamarina è simbolo di onestà e lealtà e di un matrimonio duraturo e felice.
  • In Danimarca, le spose e gli sposi si scambiano tra loro gli abiti tradizionali per confondere gli spiriti cattivi.
  • Gli addii al celibato derivano da un’usanza dei soldati spartani che abbandonavano la loro vita da scapoli con una grande festa.
  • In Portogallo, prima del XX secolo il vestito della sposa era nero.
  • Il velo da sposa è una tradizione dei greci e dei romani. Questi credevano che il velo proteggesse le donne dagli spiriti maligni.



  • La torta nuziale a piani va collocata a sinistra rispetto a dove gli sposi decidono di baciarsi.
  • L’idea di nodo associata al matrimonio deriva dalla cultura egizia e da quella indù e si riferisce alle mani degli sposi giunte in segno d’unione.
  • Sull’altare la sposa deve trovarsi alla sinistra dell’uomo. E’ una tradizione anglosassone: si credeva che lo sposo avesse bisogno della mano destra per lottare contro i suoi rivali.
  • I primi testimoni erano guerrieri, generalmente amici dello sposo, e dovevano difendere la sposa da possibili sequestri.

Traduzione di Marcella Bucaria


Autore: Aline
Apparso su: Zankyou Magazine
Tradotto da: Spagnolo

sabato 6 aprile 2013

Far risorgere Babilonia


(CNN) – Babilonia era uno degli splendori del mondo antico, le sue mura e i suoi giardini pensili erano annoverati fra le Sette Meraviglie.




Fondata circa 4000 anni fa, la città antica è stata capitale di dieci dinastie mesopotamiche, considerata una delle prime culle della civiltà, nonché il luogo dove sono nate la scrittura e la letteratura.
Tuttavia, in seguito ad anni di saccheggi, negligenza e conflitti, la Babilonia di oggi evoca a malapena quell'illustre passato.1

In anni recenti, le autorità irachene hanno riaperto Babilonia ai turisti, nella speranza che un giorno il sito attragga visitatori da tutto il mondo. Nonostante il notevole valore archeologico del sito e le viste mozzafiato, attualmente attrae solo una manciata di turisti, attratti da un curioso mix di storia antica e recente.

La città: solo 85 km a sud di Baghdad, circa due ore in auto, a seconda dei posti di blocco, porta ancora i segni dei maldestri tentativi di restauro dell'ex dittatore iracheno Saddam Hussein e di una successiva occupazione delle forze statunitensi nel 2003.
“Hanno occupato Babilonia. Non facevano entrare nessuno”, dice Hussein Saheb, un guardiano del sito storico di Babilonia, ricordando il giorno in cui i carrarmati americani comparvero all'orizzonte, prima che i militari si accampassero.


In seguito a degli scavi dell'inizio del XX secolo, gli archeologi europei rivendicarono alcuni elementi fondamentali come i resti della famosa Porta di Ishtar, la porta di mattoni smaltati decorata con immagini di draghi e uri, costruita intorno al 575 a.C. per ordine del re Nabucodonosor II, come ottava porta d'ingresso alla città.2
L'originale adesso si trova al Pergamon Museum di Berlino, come parte di una ricostruzione della porta, mentre a Babilonia i visitatori entrano attraverso una copia. Nonostante ciò ci sono ancora dei resti della passata gloria di Babilonia, con parti delle mura della città ancora intatte.

Scavi successivi e lavori di manutenzione portati avanti sotto il regime di Saddam, hanno grandemente devastato il sito, dicono gli archeologi.
L'archeologo iracheno Hai Katth Moussa afferma che nel corso di un progetto di ricostruzione massiva dei primi anni Ottanta, Saddam iniziò a costruire una copia del palazzo di Nabucodonosor II sulle rovine dell'antico palazzo.
Come Nabucodonosor, fece scrivere il proprio nome su gran parte dei mattoni, con iscrizioni del tipo: “Questo fu costruito da Saddam, figlio di Nabucodonosor, per glorificare l'Iraq”.

Dopo la Guerra del Golfo, Saddam iniziò a costruirsi un palazzo moderno, sopra le rovine, sullo stile di una ziggurat sumerica.
Quando nel 2003 arrivarono le forze statunitensi, occuparono il palazzo, adiacente a quello di Nabucodonosor e rivolto verso il fiume Eufrate, lasciando segni del loro passaggio. Oggi, a Babilonia rimane un canestro da basket, mentre il filo spinato lasciato dai militari viene usato per evitare che i visitatori si arrampichino sulla statua di un leone di 2500 anni, un antico simbolo della città.3

Anche nel nuovo Iraq, Babilonia deve affrontare delle minacce in atto. Solo il 2% della città antica è stato scavato, ma i tesori storici sepolti sono minacciati dallo sviluppo edilizio abusivo.
Hussein Al-Ammari, guida turistica, dice che attraverso la parte orientale della città antica scorre un oleodotto. “Attraversa le mura esterne di Babilonia”, afferma.
Eppure, nonostante le carenze nella sua salvaguardia, Babilonia è un'attrattiva per piccoli numeri di visitatori iracheni, anche solo per entrare nei palazzi rivestiti di marmo di Saddam che, a 10 anni dalla caduta del dittatore, sono ancora una novità.4
Zained Mohammed, di Kerbela, in visita con la sua famiglia per la prima volta, ha detto ai microfoni della CNN: “Volevamo soltanto cambiare aria, far vedere ai bambini qualcosa di diverso”.
Babilonia lo è certamente.



AutoreArwa Damon
Apparso su: CNN
Tradotto da: Inglese


Note:


1 Founded about 4,000 years ago, the ancient city was the capital of 10 dynasties in Mesopotamia, considered one of the earliest cradles of civilization and the birthplace of writing and literature.
But following years of plunder, neglect and conflict, the Babylon of today scarcely conjures that illustrious history.

2 "They occupied Babylon. They wouldn't let anyone in," says Hussein Saheb, a guard at the historical sites at Babylon, recalling the day U.S. tanks rolled into view, before forces set up camp.
Following excavations in the early 20th century, European archaeologists claimed key features such as the remains of the famous Ishtar Gate -- the glazed brick gate decorated with images of dragons and aurochs, built in about 575 BC by order of King Nebuchadnezzar II as the eighth gate to the inner city.

3 When U.S. forces arrived in 2003, they occupied the palace, which lies adjacent to Nebuchadnezzar's palace and overlooks the Euphrates River, and left their own mark. Today, a basketball hoop remains in Babylon, while concertina wire left behind by the military is used to prevent visitors from climbing over a 2,500-year-old lion statue -- an ancient symbol of the city.

4 Yet despite the shortcomings in its preservation, Babylon holds a draw for small numbers of Iraqi visitors -- even if only to enter Saddam's marble-lined palaces, still a novelty 10 years after the dictator's downfall.

domenica 31 marzo 2013

Pasqua: origini, uova, campane, cioccolato...tutto ciò che bisogna sapere


Da dove vengono le uova di cioccolato, le campane, il coniglio di Pasqua o l'agnello pasquale? Scoprite la storia e le origini di una festività ricca di simboli, oggi una vera e propria festa familiare. Un evento ricco dell'eredità di tradizioni e credenze ebraiche e cristiane, ma anche pagane.


Pasqua è una delle principali feste cristiane. Prende in prestito il nome dalla festa ebraica, la Pasqua ebraica, che si svolge nello stesso periodo. Due feste che però non hanno lo stesso significato. Nella religione ebraica, Pasqua è “la festa delle feste”. Commemora la fuga dall'Egitto del popolo ebraico, sottomesso alla schiavitù all'epoca del faraone. Secondo la Bibbia e il libro dell'Esodo, il giorno di Pasqua, il Mar Rosso si sarebbe aperto per lasciar passare Mosè e gli Israeliti, inseguiti dalle truppe del faraone, permettendo loro così di raggiungere la Terra Promessa di Israele. Pasqua segna dunque la nascita del popolo d'Israele e vuole essere, più in generale, una festa di libertà. In ebraico, in effetti, Pasqua si dice Pesach che significa passaggio.
Quanto alla Pasqua cristiana, questa celebra la resurrezione di Gesù. Secondo i Vangeli, la morte e la resurrezione di Cristo hanno avuto luogo durante la Pasqua Ebraica, il che spiega come mai la Pasqua cristiana prenda lo stesso nome. Per i cristiani, la Pasqua celebra la resurrezione di Gesù tre giorni dopo la Sua morte, e il “passaggio” verso la vita eterna. È una delle feste più importanti dell'anno – per gli ortodossi, la più importante – che si estende su tutta la Settimana Santa. La Pasqua è il cuore della fede cristiana.

Da dove vengono le uova di Pasqua?




Alcune fonti riportano che i Persiani si scambiavano delle uova già 5000 anni fa. Poi fu il turno di Galli e Romani. Per tutte queste culture pagane, l'uovo sembra essere stato l'emblema della vita, della fecondità e della rinascita. Queste tradizioni, in seguito, sono state assimilate dal cristianesimo. L'uovo di Pasqua è diventato allora un simbolo della resurrezione. E nello stesso tempo segna la fine delle privazioni imposte dalla Quaresima.
Le prime uova dipinte appaiono nel XIII secolo in Europa. Sono spesso dipinte di rosso – che rievoca il sangue di Cristo – e decorate con disegni o frasi. Nel Rinascimento, nelle corti reali, le uova di gallina vengono sostituite da uova d'oro. Decorate con metalli preziosi, gemme e dipinti di artisti celebri, questi oggetti raggiungono il massimo splendore alla corte di Russia, in particolare con le uova dell'orafo Peter Carl Fabergé (1846-1920).

Spiegazione alternativa: dal momento che la Domenica di Pasqua marca la fine della Quaresima, segna la fine di un periodo di privazione per i praticanti. Una volta questa tradizione era più rispettata di oggi. Durante i 40 giorni di digiuno, i fedeli non mangiavano uova. Alla fine del periodo, i credenti si scambiavano i prodotti delle loro galline che avevano accumulato. Delle uova che, a partire dal XV secolo, potevano essere decorate. Quanto al cioccolato, sarebbe apparso inizialmente nei gusci d'uovo, prima che comparissero delle uova tutte in cioccolato nella prima metà del XIX secolo. 
L'uovo di cioccolato in sé è molto recente. Nasce nel XIX secolo, grazie ai progressi nella lavorazione della pasta di cacao riscaldata a  50°C e alla messa a punto dei primi stampi in argento, rame o ferro stagnato.

Perché si parla di campane di Pasqua?

In alcune regioni francesi, ai bambini viene spiegato che a portare le uova di Pasqua sono le campane. In realtà, se si fanno entrare le campane in questa leggenda di Pasqua per i più piccoli, è perché queste giocano un ruolo particolare: poco prima di Pasqua, dal Giovedì Santo, le campane delle Chiese cattoliche devono tacere in segno di lutto. Ai bambini, si è raccontato per molto tempo che le campane erano partite per Roma per essere benedette dal Papa. Una leggenda oggi meno tramandata. Le campane riprendono la loro attività e rintoccano di nuovo la notte tra il sabato e la domenica di Pasqua per celebrare e annunciare la resurrezione di Cristo. Le campane dunque “ritornano” a Pasqua e, secondo la leggenda raccontata ai bambini di alcune regioni, portano le uova, che seminano lungo il loro percorso.


Da dove vengono il leprotto e il coniglio di Pasqua?


Nei paesi germanici e anglosassoni, e oggi in alcune regioni francesi, sono dei leprotti o dei conigli pasquali che portano le uova. Non sono solo l'emblema della fecondità: rappresentano anche la dea che dà il nome alla Pasqua per Inglesi e Tedeschi: "Easter" e "Ostern".


Prima di Pasqua: la Quaresima e la Settimana Santa

Nei paesi di tradizione cristiana, le feste di Pasqua si estendono su più settimane seguendo il racconto dei Vangeli. 

La Quaresima comincia 40 giorni prima della Pasqua, e vuole essere un tempo di raccoglimento, di purificazione e di preparazione alla Pasqua. 

Giotto - Ingresso a Gerusalemme
Ricorda il digiuno e il periodo trascorso da Gesù nel deserto, un periodo che a sua volta fa riferimento all'esilio di quarant'anni del popolo ebraico prima di raggiungere la Terra Promessa.

La Settimana Santa inizia una settimana prima di Pasqua, con la Domenica delle Palme, che segna l'arrivo di Gesù a Gerusalemme, acclamato dalla folla.

Il Giovedì Santo celebra l'ultima cena consumata da Gesù con i suoi discepoli. Durante quest'ultimo pasto, la Cena, Gesù benedice il pane e il vino, prima di essere arrestato.

Il Venerdì Santo commemora il giorno della crocifissione, secondo gli storici, intorno all'anno 30 della nostra era. Quel giorno, i cristiani di tutto il mondo digiunano e seguono la via crucis. In Alsazia e in Mosella è un giorno festivo.

La Domenica di Pasqua è quella della resurrezione. Tre giorni dopo la morte di Gesù, due donne, tra le quali Maria Maddalena, si recano alla tomba di Cristo scoprendola vuota, prima di veder apparire Gesù che chiede loro di annunciare la Sua resurrezione. Questa domenica è un giorno festivo, durante il quale terminano tutte le proibizioni quaresimali.

Inizia allora la settimana di Pasqua: Gesù si fa riconoscere dai suoi discepoli, prima di risalire al cielo, 40 giorni dopo, con l'Ascensione.

Il lunedì di Pasqua è un giorno festivo sia in Francia che in numerosi altri paesi, ma non ha alcun significato religioso. 

La cena pasquale

Pane azzimo, vino, agnello...i riti cristiani prendono ispirazione dalla Pasqua Ebraica, che a sua volta ha le sue radici in antiche tradizioni pagane.


L'Ultima Cena di Leonardo


La Cena e l'Eucarestia

Nei Vangeli, durante l'ultima cena, Gesù benedice il pane e il vino, presentandoli come il Suo “corpo” e il Suo “sangue”. Chiede allora ai Suoi discepoli di perpetuare questo rito in Sua memoria, cosa che permetterà la remissione dei peccati. Per i cristiani, l'eucarestia è la commemorazione di questa cena, ma anche quella del sacrificio di Gesù, che riscatta così il peccato originale degli uomini. I cattolici credono nella presenza reale di Gesù nel pane azzimo e nel vino benedetti durante la messa. È il mistero della transustanziazione. Al contrario, i protestanti vedono nell'eucarestia soltanto un rito simbolico.

Il calice di vino e il pane azzimo

L'influenza delle tradizioni ebraiche sull'eucarestia è manifesta: la sera di Pasqua, gli ebrei celebrano in effetti il “Seder”, la cena pasquale. Sulla tavola figurano 7 portate simboliche, tra le quali delle erbe amare per ricordare la sofferenza del popolo ebraico prima della liberazione, ma anche del pane azzimo. Questo pane senza lievito viene consumato in memoria della fuga dall'Egitto durante la quale gli Israeliti non ebbero il tempo di far lievitare il pane. Per 7 giorni prima e dopo la Pasqua, il pane lievitato è proibito e sostituito dalle “matzoth”, gallette di pane azzimo. Sul tavolo del Seder viene anche posto un calice di vino riservato al profeta Elia, del quale si attende il ritorno.

L'agnello pasquale

Mangiare agnello è una tradizione che si ritrova in molti paesi. Per i cristiani l'agnello fa riferimento al Cristo, “l'Agnello di Dio” che ha dato la propria vita in sacrificio e che guida il gregge delle pecore di Dio. Ma nella Bibbia, il sacrificio dell'agnello è comandato anche agli Israeliti, prima della traversata del Mar Rosso. Con il sangue di quest'agnello segnano le loro case, sfuggendo così alla decima piaga d'Egitto, la morte dei primogeniti. Un rito pastorale che praticavano già i popoli nomadi.
L'agnello e la pecora hanno sempre rappresentato la purezza, l'innocenza, la giustizia. Una volta si raccontava addirittura che il diavolo potesse prendere la forma di qualsiasi animale ad eccezione della pecora.

Come si fa a sapere quand'è Pasqua?

Perché il giorno di Pasqua cambia ogni anno e secondo il paese? Un calcolo scientifico per conoscere in anticipo la data di Pasqua.
Per molto tempo i cristiani hanno festeggiato la Pasqua in coincidenza con la Pasqua Ebraica, che poteva cadere tanto una domenica quanto un lunedì o un martedì. La Pasqua Ebraica si calcola in effetti in base al calendario lunare (il mese comincia con la luna nuova) e cade il 15 di Nissan, il primo mese dell'anno, a cavallo tra Marzo e Aprile. Tuttavia, nel 325, il concilio ecumenico di Nicea decide che Pasqua deve ormai aver luogo una domenica, giorno della resurrezione di Gesù. Stabilisce per questo un calcolo scientifico, conosciuto con il nome di “Computo”. Il giorno di Pasqua viene fissato la prima domenica dopo il plenilunio che segue il primo giorno di primavera...Come l'Ascensione o la Pentecoste, la Pasqua è dunque una festa mobile, celebrata tra il 22 marzo e il 25 aprile.

Altra differenza: per gli ortodossi, che usano il calendario giuliano e non quello gregoriano, la primavera arriva il 3 aprile e non il 20 o 21 marzo. Ogni anno, la Pasqua ortodossa (che in francese viene chiamata come quella ebraica) viene celebrata qualche giorno più tardi.

Pasqua oggi

Con la laicizzazione della società, le feste pasquali hanno perso progressivamente un po' del loro significato religioso. Pasqua è ormai sinonimo di vacanze, di galline e di uova di cioccolato. Si tratta di una festa di famiglia, dedicata in primo luogo ai bambini che, la domenica di Pasqua, vanno a caccia di uova e altre ghiottonerie, lasciate dal leprotto o dalle campane di Pasqua. Per alcuni è anche l'occasione per mandare delle cartoline pasquali.



Autore: Virginie Riviere
Apparso su: L'Internaute
Tradotto da: francese

sabato 30 marzo 2013

Pesach: perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?


Mentre le famiglie ebree di tutto il mondo celebrano la Pasqua Ebraica, o Pesach, Rabbi Paul Freedman della Sinagoga Riformata Radlett & Bushey di  Hertfordshire spega il significato di una delle principali festività ebraiche.


È un paragone insolito da fare, ma in qualche modo, la festa ebraica di Pesach è un po' come il Natale.1

Naturalmente arriva in un periodo dell'anno completamente diverso e celebra una storia del tutto differente, ma è un momento in cui molte famiglie ebree si riuscono e festeggiano con uno speciale pasto festivo.
Per essere precisi, Pesach dura una settimana intera e commemora la storia biblica dell'Esodo, la fuga degli Israeliti dalla schiavitù dell'Egitto. Comincia però con una speciale cena commemorativa nella prima notte, chiamata il seder, che (forse un po' come il Boxing Day) alcune famiglie ripetono il giorno seguente.
Secondo la storia del libro dell'Esodo, gli Israeliti dovevano partire talmente in fretta (dopo le dieci piaghe) che non c'era tempo per far lievitare la pasta e dovettero mangiare pane non lievitato, in ebraico matzah. Immaginate dei cracker secchi, ma più sottili, più asciutti e più friabili!


Le famiglie ebree non solo mangiano ancora matzah durante la settimana di Peasch ma evitano anche qualsiasi cibo che contenga una delle cinque specie di grano che si possono usare per fare il pane, così come il lievito e gli agenti lievitanti che li fanno lievitare.

Si usa anche mettere via tutte le stoviglie e gli utensili che si usano di solito e usare dei set che sono riservati esclusivamente per Pesach ogni anno. Mi ricordo l'eccitazione, da bambino, nel preparare per Pesach e riscoprire la mia tazza di Mr Men che abitava in soffitta per 51 settimane dell'anno (la mia era  Mr Happy, quella di mio fratello Mr Bump).

Cucina creativa



Evitare grano, orzo, avena e simili per una settimana non sembra particolarmente difficile o entusiasmante, ma in realtà ne risultano ogni sorta di speciali prelibatezze di Pesach che, insieme ai sandwich di matzah, fanno il “gusto” di Pesach. Le preferite della nostra famiglia sono palline alla cannella, amaretti alla mandorla, piramidi al cocco e – giusto per dare un po' di sapore – matzah brei, che è matzah schiacciata, imbevuta nell'uovo e poi fritta.



Il seder che apre la festività è molto più di una semplice cena di Pesach: è un dramma rituale, con preghiere, canzoni e speciali oggetti di scena e messaggi (molti dei quali commestibili) per incoraggiare le domande e la discussione. Il “copione” è uno speciale libro di preghiere, chiamato la Haggadah e ne esistono molte versioni, anche se tutte seguono la stessa struttura di base.2


Lo scopo del seder e il messaggio dell'Haggadah non è solo che che noi dovremmo raccontare la storia dell'Esodo ma piuttosto che ci sono sempre lezioni da imparare da questa. E ogni seder è diverso, non solo perché cambiano i partecipanti ma perché anche le  domande che porranno (inclusi, anzi specialmente, i bambini) saranno diverse.

All'inizio del procedimento, dichiariamo: “Questa (matzah) è il pane dell'afflizione; chiunque abbia fame venga e mangi! Che tutti coloro che quest'anno sono ancora schiavi, possano il prossimo anno essere realmente liberi!”3


Una lunga notte


Poi, il partecipante più giovane che può farlo, di solito un bimbo piccolo, canta quattro domande di apertura, note come Mah Nishtanah, chiedendo “perché questa notte è diversa da tutte le altre notti”, mettendo in luce in particolare alcuni dei rituali del seder che seguiranno. Prima di rispondere a queste e alle altre domande che sorgeranno, l'Haggadah racconta di quattro bambini, ognuno con un diversi e individuali atteggiamenti, domande e necessità di apprendimento. Ad ognuno si risponde in modo diverso.
È un promemoria centenario di pratiche di buona educazione o apprendimento infantile.4

Dopo aver contato le dieci piaghe con dieci gocce di vino, e aver assaggiato erbe amare (maror) che rappresentano l'amarezza della schiavitù, insieme a un impasto alle noci (charoset) che rappresenta il cemento nelle mura che gli schiavi dovevano costruire, alla fine si arriva al pasto. Non ci si affretta a cenare, anche se la cena è solo una parte in mezzo al seder.


Per i bambini è una notte in cui si fa tardi. Dopo il pasto, la Haggadah si rivolge di più al futuro, alle nostre speranze per un'era messianica nella quale saremo tutti liberi. Ci sono molte canzoni popolari che bisogna cantare prima della fine della serata. Anche se l'atmosfera si fa progressivamente più allegra, rimangono le lezioni su schiavitù e liberazione, sul nostro dovere di nutrire gli affamati e prenderci cura degli “stranieri”, inclusi i perseguitati, gli schiavi moderni, quelli sottoposti a lavori forzati, i rifugiati e coloro che cercano asilo ai nostri giorni.



La ricchezza del rituale, il raccontare una storia antica e la rilevanza delle lezioni per il presente, rendono Pesach una delle festività più popolari e durature del calendario ebraico. Oltre alle famiglie che si riuniscono per il loro seder, molte congregazioni fanno anche un grande seder comunitario per celebrare insieme la festa.




Rabbi Paul Freedman è il Rabbino Capo della Sinagoga Riformata  Radlett & Bushey e ha pubblicato di recente Haggadateinu (la nostra Haggadah), la prima Haggadah prodotta per il Movimento Britannico Riformato in più di un secolo e mezzo di esistenza del Giudaismo Britannico Riformato.

Seder in ebraico significa “ordine”. Durante il seder si usa un piatto speciale contenente dei cibi speciali, tra i quali:

  • maror and chazeret: erbe amare – di solito lattuga, che rappresenta la durezza della schivitù.
  • karpas: di solito gambi di sedano, da intingere in acqua salata. Rappresentano la primavera, e il cibo semplice mangiato dagli schiavi. 
  • z'roa: [zampetto] l'osso di un arto di un agnello, che rappresenta l'agnello sacrificato la notte prima dell'esodo. L'arto dell'agnello non si mangia.
  • beitzah: un uovo bollito, simbolo del lutto in memoria della distruzione del tempo di Gerusalemme.
  • charoset: un impasto dolce marroncino che ricorda la malta che gli schiavi ebrei usavano per costruire le città di Pit'om e Ramses. Di solito si fa con mele, datteri, mandorle, noci e, spesso, vino rosso. 

I cibi possono variare da una tradizione ebraica all'altra.



AutoreRabbi Paul Freedman 

Apparso su: BBC News
Tradotto da: Inglese

Note:


1 It's an unusual comparison to draw, but in an odd way, the Jewish festival of Pesach is a tiny bit like Christmas. 
2 The seder that begins the festival is far more than just Pesach dinner: it is a ritual drama, with prayers, songs and special props and prompts (many of them edible) to encourage questions and discussion. The 'script' is a special prayer book, called a Haggadah and there are many versions available, although they all follow the same basic framework.
3 Early on in the proceedings, we declare: "This (matzah) is the bread of affliction; let all who are hungry come and eat! All those who this year are still slaves, next year may they be truly free!".

4 ...Before we answer these, and the other questions that will arise, the Haggadah tells of four children, all with different, individual attitudes, questions and learning needs. Each is answered in a different way. It is a centuries-old reminder of good educational practice, or pupil-centred learning.